Father and Son, Valentino Mazzola – Sandro Mazzola

La rubrica che ripercorre le migliori coppie padri/figli nella storia dello sport

Valentino Mazzola mentre allaccia gli scarpini a un giovanissimo Sandro

Valentino Mazzola mentre allaccia gli scarpini a un giovanissimo Sandro

Il calcio è fatto di leggende. Nessuna squadra italiana ha scritto la storia come il Grande Torino di Valentino Mazzola: era la squadra più forte al mondo nella seconda metà degli anni ’40 e nell’Italia della ricostruzione rappresentava la speranza e l’orgoglio della nazione, insidiata in popolarità solamente dalla coppia Coppi/Bartali. C’è chi dice che il più grande giocatore italiano sia stato Meazza, chi Rivera, chi Riva e chi Zoff. Secondo Bearzot, Valcareggi e Vicini, che li hanno visti giocare tutti, il più grande è stato Valentino Mazzola, capitano e simbolo della gloriosa squadra svanita nell’incidente aereo di Superga del 4 maggio 1949. Forse dimenticato dall’universo pallonaro nostrano perchè troppo lontano nel tempo: poche immagini, pochi filmati, moltissimi racconti.

Il prototipo del calciatore totale in un’epoca in cui anche i fuoriclasse avevano ruoli ben definiti e limitati: il libero staccato, lo stopper che marcava a uomo, l’ala che macinava la fascia ed il centravanti a presidiare l’area di rigore. Poi c’era Valentino: giocatore universale, maratoneta instancabile, capace di salvare un gol sulla linea di porta e di andare a segnare sul rovesciamento di fronte come, dopo di lui, sono riusciti a fare solamente Alfredo Di Stefano e Bobby Charlton. Aveva classe, potenza, continuità, fantasia, dribblava con facilità ma senza mai eccedere, trovava la porta con entrambi i piedi, indifferentemente. Un’eccezionale scelta di tempo in elevazione gli consentiva di segnare tantissimi gol di testa, a dispetto del suo metro e settanta di altezza. Alle doti tecniche abbinava un carisma che lo rendeva il leader naturale della squadra, cosa che non mancava mai di far trasparire.

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Le rare volte in cui la squadra faticava, o le ancor più rare nelle quali era sotto nel punteggio, si rimboccava platealmente le maniche. Se ne accorgeva il pubblico, che s’infiammava, se ne accorgevano gli avversari, che tentavano vane contromisure. Due esempi della determinazione legata al gesto di rimboccarsi le maniche: contro il Vicenza, a maniche appena rimboccate, segnò tre gol in due minuti. Era il 20 aprile 1947: accadde tra il 29′ e il 31′ del secondo tempo. Un’altra volta ripeté il rituale fuori casa, per dispetto: si era a fine stagione, lo scudetto era già sicuro e agli avversari serviva solo un punto per salvarsi e Valentino garantì che lo 0-0 andava bene. A mezz’ora dalla fine gli altri, per sbaglio, segnarono: al gesto delle maniche seguì, rabbiosa, una pioggia di gol.

Con l’indimenticabile Grande Torino, Mazzola vince due Coppe Italia e tutti i campionati dalla stagione 1942-43, alla stagione 1948-49 (escludendo la sospensione del 1944), raggiungendo il record di 29 gol in 38 partite nel 1947, per un totale di 118 gol in 195 partite: non male per una mezzala. Guadagnava il doppio dei compagni, ma per tutti, a cominciare da loro, era giusto così.

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La lunga e gloriosa carriera di Sandro Mazzola, primogenito di Valentino, è stata caratterizzata da due grandi rivali: il primo fu proprio suo padre, il secondo fu Gianni Rivera. Valentino Mazzola è stato un’ombra sulla carriera del figlio almeno fino a quando non sono arrivate le due Coppe dei Campioni e tutte le altre vittorie con l’Inter di Angelo Moratti e del Mago Herrera: è stato lì che ‘Mazzola’ è diventato Sandro, almeno per quelli della sua generazione e di quelle immediatamente seguenti. Il percorso che lo ha portato a diventare uno dei più grandi calciatori italiani della storia è stato lungo e tortuoso: “C’è stato anche un momento in cui avevo deciso di smettere con il calcio e di darmi al basket. Giocavo play e non ero male. Ad ogni partita di calcio, invece, dovevo sentire qualcuno del pubblico che diceva: quest’ chi l’è minga bun , l’è minga el so papà . Magari lo diceva una persona sola, ma a me sembrava che fossero mille. Per fortuna mio fratello Ferruccio è intervenuto: ma dove vuoi andare? Noi siamo fatti per giocare con i piedi, quelli invece lo fanno con le mani… È stata la svolta della mia vita».

Presa coscienza delle proprie capacità, agli inizi della carriera fu impiegato come attaccante, per poi spostarsi nel ruolo di mezzala offensiva, “mi voleva far giocare attaccante (Herrera, ndr), ma i difensori picchiavano e io pesavo soltanto 63 chili. Io, anche pensando a mio padre, mi sentivo centrocampista.”. Il suo esordio in Serie A avvenne in una circostanza curiosa, il 10 giugno 1961 contro la Juventus: il presidente Angelo Moratti fece mettere in campo per protesta la squadra Primavera, che perse 9-1, con gol proprio di Mazzola su calcio di rigore. La prima da titolare fu un Inter-Venezia del ’62: non è più uscito fino al 3 luglio 1977, la domenica della sua ultima partita, un derby.

Capitano dell’ Inter, vinse tutto quello che c’era da vincere: quattro scudetti (1962-63, 1964-65, 1965-66 e 1970-71), due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali consecutive (1964 e 1965). Capocannoniere del Campionato 1964-65, giocò in totale 564 incontri segnando 160 reti, tutte con la maglia nerazzurra.

Il dibattito storico: Mazzola o Rivera?

Il dibattito storico: Mazzola o Rivera?

Per molti, l’ombra più ingombrante sulla carriera di Mazzola è stata quella di Gianni Rivera, ma è un discorso che non regge: Rivera giocava in un altro ruolo (Mazzola ne ha cambiati diversi, passando da attaccante velocissimo a interno di centrocampo), nel Milan era molto più leader di quanto non lo fosse Mazzola nell’Inter (anche perché maggiore era la distanza, culturale e tecnica, con i compagni), in Nazionale aveva meno spazio anche perché meno diplomatico. Poi sul valore assoluto si può discutere (la mia preferenza, attivando la modalità discussione da bar, era più forte Rivera), ma questo non toglie che in entrambi i casi si tratti di campioni con una caratterizzazione così marcata da diventare personaggi anche nell’era della televisione in bianco e nero con due canali.

Dario Intorrella – Icampionidellosport.