A lezione di Basket dai maestri jugoslavi

La Jugoslavia campione del mondo nel 1990

La Jugoslavia campione del mondo nel 1990

In questa rubrica ci siamo già occupati di una compagine di atleti dell’ex Jugoslavia, che ha avuto il merito di regalare un sogno ai propri cittadini a pochi mesi dalla guerra più terribile combattutasi sul suolo europeo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ma se i giocatori della Stella Rossa campioni d’Europa nel 1990 regalarono un sogno segnatamente ai tifosi della Zvezda, e a pochi altri appassionati di calcio, una squadra riuscì a tenere insieme un paese che i politici stavano cercando in tutti i modi di dividere: la nazionale di Basket jugoslava campione del mondo nel 1990.

Si, il calcio era una religione nei balcani, ma il Basket, ah, il Basket sembrava uno sport inventato per quei popoli. Partendo dal presupposto che da quelle parti sono alti davvero, anche se ciò non basta (altrimenti qualunque bestione sopra i due metri giocherebbe in NBA e grazie a dio non è così!), il mix di qualità innate che i cittadini delle diverse repubbliche jugoslave possedevano diventava una miscela esplosiva quando venivano messe insieme creando una vera e propria macchina da pallacanestro. In primis, i balcanici sono dei formidabili giocatori, nel senso di essere persone che godono, nel vero senso della parola, nel giocare, qualunque tipo di gioco, a partire dal ruba mazzo fino ad arrivare agli scacchi, e questo perchè la vera goduria per uno jugoslavo è dominare il proprio avversario a livello psicologico e poterlo schernire, prima, dopo e (naturalmente) durante, maestri del trash-talking i balcanici. In secondo luogo il Basket in Jugoslavia è nato come sport dell’elite culturale. Giocato principalmente, almeno all’inizio, nelle università, questo fece si che la pallacanestro nella regione fosse giocata da persone che erano molto intelligenti, se non addirittura geniali, requisiti fondamentali per un gioco così tatticamente complesso. Infine, la Jugoslavia era un paese fatto nascere a tavolino dopo la fine della seconda guerra mondiale, al suo interno comprendeva una serie di popoli dalle caratteristiche diverse che quando con la giusta amalgama andavano ad unirsi creavano un mix letale. Gli sloveni sono i lavoratori per eccellenza, i croati sono molto intelligenti e di una cattiveria quasi innaturale quando si tratta di tirare fuori le unghie, i serbi, con tutti i loro limiti derivanti dai loro complessi di superiorità, sono portati per indole a non sentire alcuna pressione e quindi ad essere letali nei momenti importanti. Così la Jugoslavia poteva schierare una squadra di difensori instancabili, geni del canestro e gente che quando doveva segnare il canestro decisivo lo faceva e poi ti sorrideva dicendo semplicemente: “nema problema”.

Vlade Divac e Drazen Petrovic

Vlade Divac e Drazen Petrovic

Tutte queste caratteristiche, ampliate da mezzo secolo di tradizione cestistica portarono alla nascita di una nazionale che ha pochi termini di paragone nel vecchio continente. Cominciamo col descrivere i tre leader assoluti di quella squadra, nonché tre tra i migliori prodotti di sempre della pallacanestro europea: Vlade Divac, Toni Kukoc e Drazen Petrovic. Vlade era originario della Serbia più profonda, alto due metri e 10, esordì nel massimo campionato jugoslavo a 16 anni, mostrando delle doti innate per il gioco del basket. In campo era un leader naturale, aveva un fisico solido e compatto, e ancor più importante mostrava una conoscenza del gioco al limite dell’incredibile. Gran passatore e straordinario agonistica, raramente andava “sotto” ad un avversario, capendo da principio i suoi punti deboli e attaccandolo proprio su quelli. Kukoc era alto due metri e 7, mancino, e con un grandissimo talento naturale per lo sport in generale. Malgrado fosse spesso uno dei giocatori più alti della sua squadra giocava da play. Un aneddoto quanto mai emblematico per descrivere Toni Kukoc cestista lo ricaviamo dalle parole del suo coach ai tempi della Jugoplastika. Quando i giornalisti gli chiesero perchè Kukoc non partisse in quintetto lui rispose semplicemente: “comincio la partita e vedo dove siamo più carenti, a quel punto dico a Toni di entrare e giocare in quel ruolo, state sicuri che poi lui riuscirà a colmare le nostre lacune”. Giocatore completo se ce n’era uno! E poi arriva Drazen, il mozart dei canestri, il più esaltante giocatore di basket che il vecchio continente abbia prodotto. “Petro” era più grande rispetto a Toni e Vlade, fratello d’arte, era si un talento naturale, ma allo stesso modo un giocatore che si era costruito con la fatica, il lavoro, e l’idea fissa di voler lasciare un segno indelebile nel mondo del basket. Cominciò a muovere i suoi primi passi sul parquet seguendo il fratello di cinque anni più grande a tutti i suoi allenamenti, passandogli la palla durante le sue sessioni di tiro e portandogli la borsa. La sua ossessione per il basket era al limite della follia, quando ebbe l’età per entrare nei “pulcini” della Sibneka la sua routine divenne maniacale: sveglia alle 5 del mattino, dritto in palestra (di cui possedeva le chiavi), sessione di tiro e tecnica individuale, scuola, allenamenti con la squadra e poi a dormire. Quello che sto per dirvi sembrerà incredibile per coloro che hanno visto giocare Drazen o (più facilmente) lo hanno ammirato grazie alla lunghissima lista di video su YouTube a lui dedicati, ma “Petro” da piccolo non sapeva proprio tirare. Il suo soprannome era “kamenko”, letteralmente pietraio, dato per via del suo modo di tirare la palla a canestro proprio come si scaglia un sasso. Fatto sta che la maniera ossessiva con cui il ragazzo originario di Sebenico si era approcciato al basket lo trasformò nel tiratore più straordinario della storia del gioco, per conferme chiedere a Reggie Miller (non uno qualsiasi). In più nella sua indole c’era una straordinaria cattiveria agonistica, spesso i suoi avversari lo provocavano a parole (si, il tanto amato trash-talking di cui fu vittima sia in Europa che in seguito negli States), lui rispondeva cominciando a sparare da tutte le posizioni, e ogni qual volta quel tiro andava a segno (praticamente sempre) lui alzava il pugno, saltava, gioiva come se fosse stato l’ultimo canestro della sua vita.

Questi tre erano la spina dorsale di una squadra fantastica che era completata da altri giocatori che per descriverli servirebbe un libro. Il preludio al trionfo mondiale ci fu nel 1989 con la vittoria degli Europei di Zagabria, dominati dall’inizio alla fine grazie, tra gli altri, all’apporto fondamentale di uno straordinario Radja, gemello alla Jugoplastika con Kukoc, che a causa di un infortunio non giocò i mondiali nell’anno seguente. Tanto per dare un’idea della superiorità della Jugoslavia sulle altre squadre la finale contro i greci si risolse con il punteggio di 98 a 77, che tutto sommato sta strettino a Petrovic e compagni.

I mondiali di Buenos Aires si giocarono mentre in Jugoslavia c’erano le barricate nelle strade, la nazionale di basket però sembrava un’isola felice. Petro e Vlade erano uniti più che mai, ma in generale tutta la squadra sembrava non subire le pressioni che venivano dalla madre patria. La cavalcata che portò la Jugoslavia a vincere l’oro fu trionfale. Nessuna squadra che gli si parò davanti fu in grado di fermare la squadra di coach Dusan Ivkovic, le soluzioni a loro disposizione erano semplicemente troppe. Bloccavi Drazen (difficile), Kukoc ti massacrava con i suoi assist e il suo carisma. Divac non era in giornata? Ci pensavano Zdovc o Pspalij.

Anche in questo caso la finale venne vinta agevolmente dalla Jugoslavia, all’intervallo il punteggio era di 52 a 34, il finale diceva 92 a 75 con cinque giocatori jugoslavi in doppia cifra (Petrovic, Paspalj, Kukoc, Savic e un immenso Zdovc). Durante i festeggiamenti entrò in campo un gruppo di tifosi che brandivano la bandiera croata, Divac si avventò su di loro e gliela strappò via dalle mani gettandola per terra. Questo gesto, che Vlade giustificò dicendo che la vittoria era della Jugoslavia e che quel simbolo era solo destabilizzante, rappresentò la fine di questo ciclo fantastico, e della straordinaria amicizia tra il centro serbo e Petrovic. Qualcosa si era rotto, e gli avvenimenti dei mesi successivi confermarono tutti i peggiori timori: la gloriosa storia della nazionale Jugoslava di Basket era finita.

Edoardo Iannone