Gli invincibili

L'Arsenal festeggia la vittoria della Premier alla White Hart Lane di Londra, dopo aver pareggiato contro il Tottenham

L’Arsenal festeggia la vittoria della Premier alla White Hart Lane di Londra, dopo aver pareggiato contro il Tottenham

Invincibile, letteralmente: chi non può essere vinto. Ossia: “meglio che ti metti l’anima in pace tanto noi siamo venuti qua per prenderci almeno un punto e non c’è niente che tu possa fare a riguardo”.

Nella storia del calcio inglese sono solo due le squadre che possono fregiarsi di questo titolo: il Preston North End nella stagione 1888/89, che riuscì nell’impresa di non perdere neanche una partita tra campionato e coppe; e l’Arsenal della stagione 2003/04, che, nonostante le sconfitte in Champions, FA Cup, e Curling Cup, si laureò campione d’Inghilterra con il fantastico record di 26 vittorie e 12 pareggi. Erano i primi anni del nuovo millennio, qualche stagione prima era sbarcato nel nord di Londra Arsene Wenger, manager francese che, grazie alla sua lungimiranza nei confronti dei giovani talenti e della sua idea di calcio offensiva e spettacolare, riuscì a dar vita ad una delle squadre più incredibili della storia del calcio. L’Arsenal aveva vinto già due campionati con il francese in panchina, stagione 1997/98 e 2001/2002. Nonostante nei due precedenti i Gunners riuscirono nel double, l’accoppiata campionato ed FA Cup, la squadra che è passata alla storia come il suo vero e proprio capolavoro è quella campione nel 2004.

Il 2003 è l’anno in cui Abramovich acquista le quote di maggioranza del Chelsea e comincia da subito a mettere mano al portafogli con l’obiettivo di portare i blues sul tetto del mondo, lo United è la solita corazzata guidata dal Sir scozzese, e il Newcastle di Alan Shearer parte con la voglia di stupire la terra di Albione, grazie alla cattiveria e il carisma del suo fantastico capitano. Tutte queste compagini non poterono nulla contro lo strapotere di una squadra costruita perfettamente e che in tutti i suoi elementi era talmente coordinata e completa che sembrava muoversi come un corpo unico. A partire dalla difesa fino a giungere ad uno strepitoso attacco, la squadra era composta da un mix perfetto di talenti incredibili e mestieranti al servizio della squadra. Il portiere era il tedesco Lehmann, sicuramente non uno dei più fenomenali interpreti del ruolo ma almeno riusciva a garantire sicurezza e a trasmettere tranquillità al suo reparto difensivo, cosa che all’Emirates non succede da diversi anni. La linea a 4 di difesa era composta da Lauren, Campbell, Toure (Kolo) e Ashley Cole, con Cygan pronto a subentrare per far rifiatare i suoi compagni. In particolare Cole, il terzino britannico all’epoca 23enne mostrò al mondo le sue fantastiche qualità di difensore di spinta, incantando mezza europa, che lo aveva, giustamente, celebrato come uno degli interpreti più eccezionali di quel ruolo, secondo solo all’inarrivabile Roberto Carlos. Il centrocampo era un fantastico meltin-pot di forza fisica e classe cristallina il cui emblema era il capitano, Patrick Vieira. A completare la mediana c’erano l’esterno svedese Ljungberg, il centrocampista brasiliano, di provenienza e certamente non per le sue doti con il pallone tra i piedi, Gilberto Silva, e il fantasista francese Robert Pires. Proprio il giocatore transalpino, assieme al già citato Cole costituì una catena di sinistra irresistibile, che fu uno degli ingredienti principali per la ricetta che portò al successo la squadra di Londra. L’attacco era composto da due giocatori di quelli che è difficile descrivere con le parole, i fortunati che hanno avuto l’onore di poterli ammirare dal vivo sanno a cosa mi riferisco. Non era solo classe quella che portavano in campo, c’era fantasia, tenacia, forza e la capacità di concretizzare e allo stesso modo implementare il gioco che la squadra costruiva per loro, signori e signori: Dennis Bergkamp e monsieur “Titì” Henry. Il primo era ormai un esperto attaccante che dopo aver fallito la sua esperienza italiana con la maglia dell’Inter aveva trovato nell’Arsenal la casa perfetta dove poter mostrare tutto il suo talento. Conosciuto per la sua paura di volare venne soprannominato il “Non-Flying Dutchman” dai supporter dei Gunners. Inoltre nel 2007 venne inserito nella Hall of Fame del calcio inglese, primo e unico olandese ad essere stato insignito di tale onore fino ad ora. E poi c’era Henry, il francese che qualche anno prima era stato mandato via dalla Juve dove veniva schierato come esterno di centrocampo e alcune volte anche da terzino dal nostro Ancelotti. Henry era tutto per i tifosi dell’Arsenal, l’uomo che da solo poteva risolvere le partite con le sue accelerazioni improvvise e le sue traiettorie straordinarie. Il 14 che portava dietro la sua maglia era idolatrato al pari di una sacra reliquia e le sue giocate venivano accompagnate dal boato incessante di Highbury (all’epoca si giocava ancora nel mitico stadio, bei tempi andati). Insomma un 11 che non poteva e soprattutto non doveva temere nessuno, ma anche dalla panchina uscivano dei giocatori niente male che diedero un apporto fondamentale alla squadra. Detto del buon Cygan, e ricordandoci che Lehmann non saltò una singola partita in stagione, a centrocampo due giocatori eclettici ed efficaci fecero le fortune di Wenger potendo entrare in campo e giocare sia come esterni che come centrali: Edu e Parlour. In alcuni casi, soprattutto quando si doveva ribaltare il risultato, venivano inseriti anche Wiltord e Reyes, arrivato nel mercato invernale, sulle fasce per dare più spinta all’azione. In avanti Henry era intoccabile, partendo da titolare in tutte le 38 partite di campionato. Il più attempato attaccante olandese invece doveva rifiatare di tanto in tanto e lo faceva grazie a Wiltord e in alcuni casi all’ex conoscenza del calcio italiano Kanu.

Henry festeggiato dai compagni

Henry festeggiato dai compagni

Il campionato degli invincibili si svolse senza particolari difficoltà, furono però tre i momenti chiave per aggiudicarsi il titolo: la vittoria a Stamford Bridge contro il Chelsea del 21 febbraio; il 4-2 contro il Liverpool in casa; e naturalmente il pareggio per 2-2 in casa degli odiati rivali cittadini del Tottenham, che diede la matematica certezza della vittoria in Premier. Il risultato di Stamford Bridge fu importantissimo in quanto gli uomini di Wenger si trovarono in svantaggio dopo pochi secondi di gioco a causa del gol siglato da Gudjohnsen a soli 27 secondi dall’inizio del match. I gunners, squadra di carattere, non si fecero abbattere e trovarono il pareggio grazie ad un bel gol di Patrick Vieira. Dopo soli sei minuti Edu ribaltò definitivamente il risultato regalando la vittoria all’Arsenal. Ancor più eccezionale è il risultato di 4-2 maturato contro i reds il 9 aprile. L’Arsenal era stato appena eliminato sia in Champions che in FA Cup, era uno dei momenti più difficili della stagione. Come se non bastasse a fine primo tempo il risultato diceva Arsenal 1 Liverpool 2. Rientrati in campo ci pensò il duo Henry-Pires a rimettere le cose a posto. In due minuti i transalpini ribaltarono il risultato, e al 78′ minuto di gioco Henry completò il suo Hat-Trick mandando in estasi Highbury. Il secondo gol del numero 14 fu un vero e proprio capolavoro, che lasciò sgomento anche il Boss del Liverpool che, a fine partita, riuscì a commentarlo con una sola parola: “stunning” (incredibile). E poi viene il ricordo più dolce per i tifosi dei gunners, il pareggio 2-2 di White Hart Lane che consegnò all’Arsenal il titolo di campioni d’Inghilterra proprio davanti ai tifosi rivali, un sogno che diventa realtà.

Da qui in poi sono solo celebrazioni per quella che è stata nominata nel 2012 la squadra più forte dei primi vent’anni di Premier League. Wenger disse che vincere rimanendo imbattuti fosse meglio che la conquista della Champions. I giornalisti d’oltre manica avevano finito gli aggettivi per descrivere gli uomini guidati dal manager francese, i tifosi erano in visibilio per un gruppo di uomini che gli aveva regalato un sogno.

L’imbattibilità dell’Arsenal venne violata nella stagione seguente dal Manchester United, guidato dal fantastico bomber olandese Ruud van Nistelrooy, in un match molto controverso per via dell’assegnazione di un rigore quanto meno dubbio allo United. L’imbattibilità se ne andò ma quella squadra venne consegnata alla storia, con la speranza, un giorno, di poter assistere nuovamente ad un gruppo di uomini che potranno essere chiamati ancora una volta “the invicibles”.

Edoardo Iannone