Quando tutta Italia guardava la pallavolo

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Se avrete la voglia e la pazienza di continuare a leggere questa rubrica ritroverete spesso il modo di dire “generazione di fenomeni”. Non perché mi sia particolarmente caro, anzi, ma perché nella “letteratura” sportiva questo modo di dire è a dir poco inflazionato e spesso utilizzato, indipendentemente dallo sport di cui si sta parlando. Quest’oggi ci dedichiamo ad una generazione di fenomeni che ha reso possibile qualcosa di quanto meno improbabile nel nostro bel paese: il fatto che si provasse dell’affezione forte e ben radicata in una nazionale non calcistica. Stiamo parlando degli azzurri del volley che dall’inizio degli anni Novanta hanno dominato il palcoscenico europeo e internazionale sotto la guida di uno dei più grandi profeti della pallavolo contemporanea, Julio Velasco. Una squadra che fece conoscere a tutta Italia questo sport non così popolare, soprattutto nella popolazione maschile, ma che può regalare grandi emozioni, per la sua spettacolarità, ma soprattutto per la fisicità che mostra nonostante non vi sia il più crudo e “testosteronico” contatto fisico tanto amato da noi appassionati di qualsivoglia sport di contatto.

Torniamo a noi e cominciamo ad analizzare perché questa squadra ha fatto la storia. Come anticipato, in primis il merito era dell’uomo che sedeva in panchina. Velasco è una di quelle figure mistiche che non può essere definito solo allenatore, farlo sarebbe riduttivo, per la sua capacità di rivoluzionare uno sport, per la sua bravura nel tirare sempre il meglio fuori dai suoi giocatori che siano campioni o semplici mestieranti. Nel caso che stiamo analizzando l’uomo da La Plata poteva disporre di materiale di primissimo ordine, il che rese il suo lavoro molto più semplice. Velasco prende la guida della nazionale maschile di pallavolo nel 1989 dopo aver dominato il campionato italiano di volley con la Panini Modena vincendo quattro titoli consecutivi dal 1986 fino al suo approdo in nazionale. A seguito di questo ciclo vincente la federazione decise che l’argentino sarebbe stato l’uomo perfetto per costruire una squadra forte che potesse spezzare il dominio delle nazionali dell’est europeo. Velasco credeva nel gruppo, era meticoloso (ai limiti della pazzia) ed aveva sempre le idee chiare su ciò che dovesse fare per portare la sua squadra al trionfo. Il ritratto di un vincente!

Vigor Bovolenta

Vigor Bovolenta

La fortuna volle che il vincente allenò vincenti, la generazione di fenomeni per l’appunto (a definirla così fu lo straordinario commentatore tv Jacopo Volpi). Cominciamo dal più talentuoso di tutti, Andrea Giani. Ex canottiere, il padre era allenatore di canottaggio e lo iniziò a questo nobile sport in giovane età, il centrale partenopeo passò alla pallavolo alla fine delle scuole medie. Si innamorò di questo sport grazie a Claudio Di Coste e Saverio Baio, allenatore e palleggiatore di Sabaudia, e alla tenera età di 14 anni già esordi in serie A2. Quando Velasco prese il comando della nazionale italiana Giani aveva poco più di 18 anni, promessa assoluta del volley italiano non disattese le aspettative calcando da protagonista i parquet di mezzo mondo fino al suo ritiro nel 2007. Da un talento all’altro passiamo ad uno dei giocatori più forti nella storia del volley: Andrea Gardini. Terminale offensivo straordinario, inserito nella Hall of Fame del volley internazionale, come anche Giani, e simbolo di come la forza fisica e la potenza nella pallavolo contino eccome. Vincente come pochi nella storia di questo sport, è riuscito ad aggiudicarsi 7 scudetti vestendo le maglie di 4 società diverse. Dal talento di Gardini alla sregolatezza di Crazy Lucky, Andrea Lucchetta. Noto ai più per il suo discutibile taglio di capelli, anche lui è stato un perno di questa favolosa squadra, mostrando che quando scendeva in campo dava ben poco conto alla forma “perfetta” della sua spazzola diagonale. Oltre a questi tre sono da citare sicuramente, Luca Cantagalli, Andrea Zorzi, Pasquale Gravina, Paolo Tofoli, Samuele Papi, e poi due giocatori davvero speciali chi per un motivo chi per un altro, Vigor Bovolenta e Lorenzo Bernardi. Purtroppo Vigor è tornato a riempire le pagine d’inchiostro a causa della sua prematura scomparsa nel marzo 2012. Portato via da un attacco cardiaco mentre giocava (all’età di 38 anni) una partita di B2 tra la sua Volley Forlì contro la storica compagine di Macerata, il Gigante del Polesine è ricordato da tutto il mondo del volley con affetto e ammirazione, per le sue qualità in campo ma in particolar modo per il suo amore nei confronti della pallavolo, a dimostrazione di ciò il fatto che il “Bovo” continuasse a giocare ancora alla soglia dei 40 anche in una categoria sicuramente non all’altezza del suo talento. Nel 2012 la nazionale italiana di volley, bronzo alle Olimpiadi di Londra, lo ha omaggiato portando sul podio la sua maglia numero 16 (fino al 1999 Bovolenta aveva vestito la maglia numero 10) provocando la commozione di tutti gli appassionati di sport che abitano il nostro amato stivale. Infine dobbiamo spendere due parole anche nei confronti di Lorenzo Bernardi, non fosse altro perché nel 2001 venne nominato dalla Federazione Internazionale di pallavolo miglior giocatore della storia del gioco assieme allo statunitense Karch Kiraly. Bernardi era uno degli uomini più esperti di quella squadra, nonché il vero e proprio allenatore in campo sotto l’attenta guida del santone argentino. Questi uomini che (in breve) vi abbiamo descritto aprirono un ciclo irripetibile. Dal 1989 al 1996, anno in cui Velasco lasciò la nazionale maschile per dedicarsi a quella femminile, vinsero 2 Mondiali, 3 Europei, 5 World League e 1 Coppa del Mondo. L’unico alloro che mancò alla nazionale di Velasco fu quello Olimpico. Nel 1996 la nazionale ci arrivò veramente vicina ottenendo l’argento dopo una finale contro l’Olanda che vedeva gli azzurri assoluti favoriti. Il torneo Olimpico d’Atlanta era stato giocato alla grande dalla compagine italiana, 5 vittorie concedendo 0 set agli avversari durante il girone eliminatorio. Eliminate senza troppe difficoltà Jugoslavia e Argentina, fino ad arrivare all’inaspettata sconfitta contro gli Orange (“rullati” qualche giorno prima proprio nel girone di qualificazione). Dopo questa delusione Velasco lasciò il suo incarico per dedicarsi alla guida della nazionale femminile. Il coach argentino venne sostituito da Bebeto che, nonostante continuò il ciclo vincente della nazionale, non poté ripetere i fasti di quella squadra che ancora oggi fa battere il cuore degli appassionati e non. La nazionale maschile di Velasco è stata nominata squadra del secolo dalla FIVB, ma un riconoscimento ancora più grande gli è stato dato da una nazione intera che l’ha seguita e trascinata in tutte le sue imprese, con l’amore e la devozione che nel paese della rosetta con la mortadella sono concessi solo ai fenomeni del pallone.

Edoardo Iannone