Miracle on ice

La storica impresa del team Usa di hockey alle Olimpiadi invernali del 1980

USA Hockey, 1980 Winter Olympics

Il conflitto tra USA e URSS cominciato dopo la fine della seconda guerra mondiale è stato chiamato Guerra Fredda e sebbene non sia mai sfociato in una guerra convenzionale tra le due ex potenze egemoniche del pianeta ha caratterizzato tutti i settori della vita dell’uomo fino alla sua fine. Si, una guerra sui generis, una guerra che si combatteva in arene lontane dai territori delle due nazioni protagoniste (Vietnam, Afghanistan, Korea, etc.), e che principalmente era diventata una guerra ideologica, da un lato il capitalismo, e dall’altro il comunismo. In quegli anni non si poteva intrattenere rapporti con i sovietici e gli statunitensi allo stesso tempo, o si stava da una parte o si stava dall’altra, il mondo era diviso in due blocchi, e le due nazioni si sfidavano a colpi di egemonia tecnologica, influenza sull’estero e, naturalmente, sport. Per questo motivo le olimpiadi, i mondiali e in generale tutte le competizioni che vedevano confrontarsi gli atleti di USA e Unione Sovietica diventavano un modo per dimostrare la propria superiorità rispetto all’avversario. Per questo motivo gli atleti delle due nazioni venivano spinti fino al loro limite, spesso senza curarsi della loro salute fisica, solo per poter guadagnare un punto in questa guerra senza forma, ma che valeva la vittoria ideologica. In particolare, alla fine degli anni Settanta entrambe le nazioni si trovavano in situazioni di difficoltà e di estrema delicatezza. Gli USA si dovevano confrontare per la prima volta con il fondamentalismo islamico e l’Unione Sovietica stava per cominciare la fallimentare e sanguinosa campagna in Afghanistan. In questo contesto nel 1980 si sono svolte le Olimpiadi invernali di Lake Placid (USA) che hanno regalato al mondo quella che è stata definita da Sports Illustrated il Top Sports Moment of the 20th Century, Miracle on Ice, in altre parole la vittoria della nazionale statunitense di hockey su ghiaccio contro l’Unione Sovietica. L’eccezionalità dell’evento è data dalla differenza tra le due squadre, da un lato l’URSS, squadra entrata di diritto nella leggenda dello sport avendo vinto quattro medaglie d’oro olimpiche consecutivamente dal 1964 e potendo schierare nelle proprie fila giocatori del calibro di: Boris Mikhailov, Valeri Kharlamov, Alexander Maltsev, Vladimir Petrov, Sergei Makarov, Vladimir Krutov e il mitico portiere Vladislav Tretiak. Dall’altra parte vi era la nazionale americana, considerata il vero e proprio underdog della competizione. Il gruppo era guidato da coach Herb Brooks e composto da giocatori provenienti quasi unicamente dal college hockey. Pur non essendo una squadra scarsa, come si legge in alcuni articoli sull’argomento, era impensabile all’inizio delle olimpiadi pensare che questi ragazzini potessero effettivamente vincere l’oro olimpico contro un avversario come l’Unione Sovietica.

Il fautore principale di questo miracolo è stato sicuramente coach Brooks. Nato in Minnesota, fu giocatore e in seguito allenatore del college team di hockey del suo stato. Proprio dalla University of Minnesota arrivavano otto dei venti giocatori che si guadagnarono la medaglia d’oro olimpica e, soprattutto, la storia. Questa fantastica cavalcata cominciò con il ritiro pre-olimpico, in cui Brooks spinse i suoi uomini fino al limite, psicologicamente e fisicamente. Nel primo giorno di allenamento diede ai suoi giocatori un mantra che li avrebbe dovuti accompagnare per tutto il torneo: “This team isn’t talented enough to win on talent alone”. Da quel giorno gli olimpionici statunitensi cominciarono una serie di allenamenti che li avrebbero preparati a non cedere neanche un centimetro sulla pista, la loro forza era colpire senza fermarsi, se l’avversario rispondeva loro colpivano più forte senza timore alcuno, fino alla vittoria.

Il team Usa al completo con coach Brooks

Il team Usa al completo

 La prima gara del torneo olimpico fu contro la Svezia. Gli uomini guidati da capitan Eruzione si ritrovarono sotto di due gol, con le speranze di vittoria ridotte all’osso, una sconfitta avrebbe minato di certo le sicurezze dei giovani americani e distrutto tutto il lavoro fatto da Brooks nelle settimane precedenti. Ma la sconfitta non arrivò. A 27 secondi dalla fine dell’incontro gli Stati Uniti pareggiarono, dopo quel gol non si fermarono più. Vinsero le seguenti partite senza troppe difficoltà: 7-3 con la Cecoslovacchia; 5-1 contro la Norvegia; 7-2 alla Romania; 4-2 con la Germania Ovest. Il mondo cominciò a temere team USA, e soprattutto a conoscere il talento di giocatori come Neal Broten, Mark Pavelich, Mike Ramsey, Dave Christian, Ken Morrow, Jim Craig e colui che diventerà il top scorer statunitense nel torneo Mark Johnson, senza scordarci di capitan Eruzione. Questi ragazzi si presentarono al round robin con una convinzione da non crederci. Brooks aveva tenuto alta la tensione per tutto il torneo non concedendo mai riposo ai suoi uomini. Gli allenamenti erano continui, gli statunitensi macinavano miglia e miglia sul ghiaccio ogni giorno. Oltre alla componente fisica furono fondamentali le qualità di motivatore del coach di team USA. Brooks stava addosso ai suoi uomini continuamente, spronandoli a dare sempre di più, alcune sue frasi sono rimaste celebri per carica emotiva e aggressività che riuscivano a trasmettere.

Il giorno della partita con l’Unione Sovietica nessuno credeva effettivamente nella possibilità di vittoria dei giovani a stelle e strisce, la partita non venne neanche trasmessa in diretta, o meglio, venne trasmessa da una emittente canadese, quindi coloro i quali si trovavano vicino al confine ebbero la fortuna di poter assistere al trionfo live, il resto d’America dovette aspettare la differita (fortunatamente non era ancora il periodo di internet e le notizie si diffondevano con più lentezza quindi molti americani credettero di vedere la partita in diretta).

Prima di scendere in campo Brooks parlò con i suoi giocatori nello spogliatoio, e, come è stato reso noto a seguito della vittoria, il coach guardò i suoi giocatori uno ad uno negli occhi e gli disse: “se dovessimo giocare con questa squadra dieci volte ci batterebbe nove, ma non stasera, perchè stasera è la nostra sera, stasera noi vinciamo!”. I giocatori scesero in campo guidati da Eruzione, in loro non c’era la minima paura e nessun timore reverenziale nei confronti di quelle che erano considerate le vere e proprie divinità del ghiaccio. Cominciò la partita e dopo i primi due tempi i sovietici conducevano per 3-2. Nel terzo e ultimo tempo di gioco gli statunitensi prima pareggiarono e poi si portarono avanti grazie ad un gol proprio del capitano, proprio di Mike Eruzione. L’Unione Sovietica spese tutte le sue energie per cercare di rimontare, ma i tentativi rimasero vani e il countdown venne accompagnato dal commentatore della ABC Al Michaels (presente allo stadio nonostante la partita sarebbe stata trasmessa con un’ora di differita) con una frase che entrerà di diritto nella storia dello sport quasi allo stesso modo della vittoria in sè:  “11 seconds, you’ve got 10 seconds, the countdown going on right now! Morrow, up to Silk. Five seconds left in the game. Do you believe in miracles?! YES!”. I giocatori esplosero in una gioia senza fine. Coach Brooks scappò negli spogliatoi dove si accasciò e si mise a piangere, una volta raggiunto dai suoi ragazzi tutti insieme intonarono le note di “God Bless America” e si abbracciarono fino a comporre un corpo unico con tutta la nazione.

Per vincere la medaglia d’oro Eruzione e compagni avrebbero dovuto ancora battere la Finlandia. Questa volta la partita venne trasmessa live. Gli olimpionici statunitensi cominciarono la partita senza la cattiveria che li aveva accompagnati per tutto il torneo, tanto da trovarsi sotto di un gol all’inizio della frazione finale. Coach Brooks non poteva accettare che i suoi uomini dopo tutto quello che avevano fatto si lasciassero sfuggire dalle mani la medaglia, la vittoria, la gloria. Durante l’intervallo era furente, si arrabbiò con tutti fino a pronunciare una frase che rimarrà celebre: “se voi oggi perdete la partita vi porterete il rimorso fino alla vostra fottuta tomba!”. Gli statunitensi rientrarono sulla pista con una carica impressionante che li portò a ribaltare il risultato e a guadagnarsi la vittoria con due gol di scarto. Adesso poteva davvero esplodere la gioia, una gioia senza fine per tutta la nazione. Sembra che tutto sia stato scritto da dei (nemmeno troppo fantasiosi) sceneggiatori di Hollywood e invece è realtà, è una storia che solo lo sport poteva regalarci, una storia che ci fa dire: “do you believe in miracles? YES!!”.

Edoardo Iannone