I Bidoni del Calcio, Alexi Lalas

Calcio e rock and roll. faccia da zingaro e aria da hippy. La vita dello stopper con la chitarra.

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Alexi Lalas aveva un chiodo fisso: voleva sorprendere. E fin da ragazzo c’era riuscito abbastanza bene. Già il look lo distingueva dagli altri. Capelli lunghissimi e pizzetto color carota su un fisico da corazziere: 195 centimetri per 89 chili, in tutto e per tutto il sosia del Generale Custer. La sua vita è la musica, quella suonata da lui stesso con una chitarra. E non è roba da poco, dato che Alexi suona in un gruppo: i Gypsies. Degli sconosciuti, verrebbe da dire. Beh, magari nessuno di voi ha un disco dei Gypsies nella sua collezione privata, ok. Però una delle fans del gruppo si chiama Chelsea, proprio come la squadra di Londra. E se la fatalità vuole che sia la figlia dell’uomo più potente del mondo in quel momento, appassionata al punto di possedere tutti i dischi del suo gruppo preferito, i Gypsies per l’appunto, nella sua stanza alla Casa Bianca, magari non sei a livello dei Led Zeppelin, ma non sei nemmeno l’ultimo dei cretini.

Oltre a cantare, Alexi voleva imporsi anche nello sport: logicamente non scelse il baseball o il basket, che dalle sue parti andavano per la maggiore. Come detto, lui voleva stupire sempre e preferì il calcio, o soccer che dir si voglia. Ai suoi tempi non si poteva ancora parlare di professionismo ma qualcosa cominciava a muoversi. Cominciò a disimpegnarsi come difensore centrale durante gli anni del college e nel 1991 viene eletto migliore calciatore della Rutgers University. L’ascesa calcistica di Alexi prosegue a tal punto che l’anno successivo viene convocato alle Olimpiadi con la nazionale e poi ai Campionati del Mondo che gioca in casa, USA ’94.
La sua nazionale, pur con qualche aiutino, è tra le rivelazioni del torneo. Si batte contro compagini più forti e titolate per arrivare agli ottavi e capitolare contro il Brasile con un goal di Bebeto, sfuggito allo stesso Lalas, che però insieme al portiere Meola, Ramos e Winalda, fu senza dubbio fra gli elementi più rappresentativi della selezione.

La vetrina del mondiale casalingo ne accresce la visibilità, così nell’estate del 1994 il Padova di mister Sandreani decide di ingaggiarlo, per ragioni prettamente di ritorno economico. Lalas avrebbe esportato i marchi del club e della città e così fu: copertine in ogni continente. Divenne così il primo calciatore statunitense a giocare nel nostro massimo campionato dopo la Guerra. In una squadra in lotta per la retrocessione (la squadra di mister Sandreani si salvò solo dopo un drammatico spareggio col Genoa), Alexi giocò da titolare al centro della difesa ma non convinse mai a pieno gli addetti ai lavori. Oltretutto il Padova, pur salvando la categoria, in quella stagione fu la seconda peggiore difesa di tutta la serie A con 58 gol subiti. Peggio riuscì a fare soltanto il Brescia (65 gol al passivo), condannato alla B con mesi d’anticipo. La stagione successiva fu invece un lungo calvario, sia per il Padova che per Lalas. Il Generale Custer non arrivò a giocare neanche una dozzina di partite, mentre i patavini chiusero addirittura all’ultimo posto e con una sfilza di record negativi sul groppone.

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Il difensore yankee, in compenso, si fa valere davanti alle telecamere. Con la chitarra in mano, ovviamente, come alla Domenica Sportiva, quando faceva il figo con le presentatrici accordando la chitarra, apostrofandole sempre col suo sorridente “Ciao bella, come stai?”.  Oppure rispondendo a qualche allenatore che lo criticava in maniera troppo pesante, come Zdenek Zeman, al quale Alexi non le mandò certo a dire, anzi, lo citò in una risposta che divenne storica: “Zeman è un vaffanculo!”. Sincero Lalas, anche dopo le varie sconfitte, che non lo scalfivano più di tanto. “Oggi abbiamo perso perchè avversari suonato più forte” oppure “Abbiamo perso? pazienza. Torno a casa, suono chitarra, scopo con mia ragazza e poi tutto come prima”. Era lui il filosofo, altro che Zeman. Troppo diverso per noi Alexi, come quando, dopo la sconfitta in casa contro il Bari, i tifosi biancoscudati fecero muro davanti agli spogliatoi per contestare la squadra. Lalas uscì dagli spogliatoi come se nulla fosse, e ad un tifoso che lo contestava con particolare veemenza rispose: “Amico, oggi perso, ma io ce l’ho messa tutta. Non si può vincere sempre in calcio” condendo tutto con pacca sulla spalla e sorriso rivolto al tifoso indeciso se rompergli la testa o venerarlo come nuovo Messia.

Lo conobbero anche i carabinieri di Padova, intervenuti una Domenica sera perchè allertati da una vicina di Alexi. “C’è un casino che proviene dai garage” disse la signora parecchio allarmata, “o stanno facendo una festa in cento oppure i ladri stanno scassinando qualche garage”. I carabinieri nei garage non ci trovarono nè feste nè tantomeno scassinatori: c’era solo Lalas, che aveva improvvisato una partita come fanno i bambini. Calciava il pallone contro la serranda, fingendo che il garage fosse la porta, accompagnando ogni azione con una puntuale telecronaca e con le grida di un immaginario pubblico ad ogni suo gol. Non resistette, come era previsto. “Mi ero stancato”. Di che cosa Alexi? “Di voi e del vostro calcio”.

Troppo rigido il calcio italiano, troppo libero Alexi. Se ne tornò in America, in Mls, prima come giocatore e successivamente come dirigente.