La “bad boys” Era

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Gli anni Ottanta in NBA sono stati caratterizzati dal dominio delle due franchigie più vincenti della storia, Celtics e Lakers, che si aggiudicarono otto dei nove titoli disponibili dal 1980 al 1988. Per mettere fine a questo dominio c’era bisogno di una squadra speciale che con il suo stile di gioco potesse mettere fine allo strapotere tecnico di Boston e LA. Questa squadra arrivò, e oltre a riuscire nell’impresa di vincere due titoli consecutivi, ’89 e ’90, entrò per sempre nella storia del gioco rappresentando ancora oggi un modello e un icona per tutti gli appassionati del basket d’oltre oceano. Naturalmente stiamo parlando dei Detroit Pistons, i “Motor Town Bad Boys”, distinti da tutti gli altri per il gioco duro, fisico e in alcune occasioni anche “sporco”.

L’inizio di quella che sarà un era dorata per i tifosi dei Pistons comincia con l’approdo alla mo-town di Isiah Thomas, seconda scelta assoluta nel draft del 1981. La point-guard da Indiana University sarà il capitano della squadra che dominerà la lega alla fine del decennio e rappresenterà perfettamente lo stile di gioco dei “Bad Boys”. Infatti, anche non essendo prestante fisicamente, il playmaker originario di Chicago faceva delle sue caratteristiche principali la tenacia, la cattiveria agonistica e una verticalità davvero impressionante per un giocatore della sua taglia. La storia del basket però ci insegna che un giocatore da solo non può vincere senza una squadra all’altezza al suo fianco. Così la dirigenza dei Pistons negli anni a venire s’impegnò per creare un gruppo forte e vincente in grado di mettere fine al dominio di Lakers e Celtics.

Thomas, Rodman e Johnson

Thomas, Rodman e Johnson

Dopo la scelta di Thomas nel 1981, anche l’anno seguente sarà fondamentale per la costruzione della squadra che dominerà la lega alla fine del decennio. In quell’anno raggiungeranno la mo-town Bill Laimbeer e Vinnie Johnson, che insieme a Thomas rimarranno a Detroit per un decennio formando lo zoccolo duro dei “Bad Boys”. In particolare, Laimbeer sarà indicato come il vero e proprio emblema dei Pistons. Il centro, oltre ad una mano molto educata sia da tre che da due, era sicuramente un cliente molto scomodo da affrontare per qualunque avversario a causa della sua cattiveria e del suo stile di gioco molto spesso al limite della “legalità”. “The Prince of Darkness”, così era stato soprannominato dai suoi fan, divenne anche protagonista di un video-gioco uscito nel 1991 con il nome di Bill Laimbeer’s Combat Basketball. Creato dalla Nintendo, il gioco consisteva nel giocare delle partite di basket un po’ particolari: i giocatori schierati in campo potevano entrare a contatto con i propri avversari in maniera violenta, inoltre potevano sfruttare l’ausilio di oggetti non proprio usi alla pallacanestro come bombe a mano e molotov. La descrizione del video-game vi può dare l’idea del tipo di giocatore che fosse Laimbeer, adorato dai propri tifosi e odiato dal resto d’America.

Prima di riuscire ad approdare ad una finale di Conference, i Pistons dovranno però ancora aspettare qualche anno e l’arrivo di altre pedine che si riveleranno fondamentali per la costruzione di quel ciclo vincente. Nella crescita dei Pistons come squadra bisogna segnalare la semifinale di Conference giocata nel 1985 contro i Boston Celtics di Larry Bird, serie che verrà persa dagli uomini di Coach Chuck Daly in sei partite, ma che vedrà l’inizio di una delle rivalità più sentite della storia del basket.

L’anno seguente i Pistons, nonostante l’arrivo di Joe Dumars, scelto alla diciottesima posizione nel draft del 1985, grande difensore ed estremamente elegante e pulito in attacco, e di Rick Mahorn, in una trade con i Washington Bullets, verranno eliminati al primo turno contro gli Atlanta Hawks. A seguito di questa sconfitta coach Daly e Isiah Thomas si incontrarono in un ristorante di Detroit e decisero che se volevano diventare una squadra vincente c’era bisogno di una svolta concettuale che sarebbe passata da una maggiore intensità difensiva. Negli anni seguenti questo concetto verrà sviluppato fino all’eccesso.

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La stagione ’86-’87 cominciò con l’acquisizione di John Salley e Dennis Rodman, rispettivamente scelta numero undici e numero ventisette al draft. Questa sarà l’annata che rappresenterà la svolta nel gioco difensivo dei Pistons e che li vedrà raggiungere la finale di Conference nuovamente dopo un attesa durata ventisei anni. La cavalcata trionfale dei Pistons nei playoff del 1987 verrà arrestata solo dai Boston Celtics, a seguito di una finale caratterizzata da partite molto dure e da diversi episodi che saranno consegnati alla storia del gioco. Nonostante la squadra di Bird fosse favorita Detroit riuscì a portare la serie sul 2-2. Durante gara cinque giocata al Boston Garden, la squadra di coach Daly, con pochi secondi allo scadere dei tempi regolamentari, aveva la possibilità di chiudere la partita e portarsi in vantaggio nella serie. Thomas tentò di rimettere in gioco la palla il più velocemente possibile, non accorgendosi del segnale che giungeva dalla panchina per chiamare il timeout (all’epoca i coach non potevano ancora chiamare il timeout dalla panchina), sfortunatamente per i Pistons il passaggio di Thomas venne intercettato da Bird che servì Dennis Johnson per il layup che permetterà a Boston di vincere gara cinque e in seguito la serie. Questa partita venne caratterizzata anche da una rissa tra Robert Parish e Laimbeer, il primo colpì con un pugno il secondo e venne squalificato per la partita successiva che vide i Pistons imporsi sul parquet casalingo con il punteggio di 113 a 105. Laimbeer detiene il curioso record di essere stato preso a pugni da quasi tutti i migliori giocatori che hanno calcato i parquet NBA negli anni Ottanta, oltre a Parish venne colpito anche da Charles Barkley e dallo stesso Bird. La serie venne vinta a gara sette da Boston con tre punti di vantaggio. Bird e compagni si erano però resi conto che il dominio della Eastern Conference non sarebbe stato più così semplice da mantenere.

Era scoppiata la “Bad Boys” mania: i fan erano entusiasti e i giocatori cominciarono ad indossare le magliette con il teschio degli Oakland Riders, che venivano fornite direttamente dal proprietario della squadra NFL, Al Davis. Anche il pubblico di Detroit cominciò ad utilizzare questo simbolo portando diversi gadget dei Riders nell’arena dei Pistons.

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Nell’anno seguente i Pistons vinsero il titolo della Central Division per la prima volta nella loro storia e approdarono alle finali NBA, impresa mai riuscita da quando la franchigia si era trasferita a Detroit. La squadra di coach Daly affrontò i Bulls di Michael Jordan in semifinale di conference. Dopo una prestazione straordinaria dell’ex stella di North Carolina, che firmò 59 punti nella vittoria 112-110 di Chicago su Detroit, vennero applicate le Jordan Rules per cercare di limitare l’MVP della regular season. Queste regole consistevano nella volontà da parte dei giocatori dei Pistons di non far segnare “air” Jordan, applicando raddoppi ogni qual volta fosse in possesso di palla e non permettendogli di avvicinarsi al ferro senza che qualche giocatore di Detroit lo confrontasse fisicamente anche in maniera molto dura. Nel turno successivo i Pistons riuscirono ad ottenere la loro vendetta contro Boston durante la finale di Conference, che vide i “Bad Boys” sconfiggere i Celtics per 4-2 andando a vincere gara 1 e gara 5 al Boston Garden, tutto questo dopo 21 gare di fila perse dai Pistons sul campo dei Celtics. La vittoria nella serie arrivò anche grazie all’ottima difesa di squadra applicata nei confronti di Bird, limitato a soli 10 punti a partita e con una percentuale del 35,1% al tiro.

In finale NBA incontrarono un’altra squadra che è entrata di diritto nella storia del Basket: i Los Angeles Lakers di Earvin “Magic” Johnson, James Worthy e Kareem Abdul-Jabbar. La serie cominciò con un bacio di fronte alle telecamere tra “Magic” e Thomas, nonostante il gesto amichevole tra i due dovuto ad un’amicizia molto forte fuori dal campo, la serie fu durissima e caratterizzata da diversi episodi controversi. Dopo una vittoria quanto mai inaspettata in gara 1 dei Pistons al’LA Forum si tornò a giocare in California con la squadra di Isiah Thomas in vantaggio 3-2 nella serie. Gara 6 fu decisiva per decidere il titolo, a 14 secondi dalla fine i Pistons erano in vantaggio 102-101, con Thomas che segnò 25 punti solo nel terzo quarto nonostante una caviglia dolorante. Quando il titolo sembrava ad un passo, l’urlo di gioia dei tifosi di Detroit venne soffocato da un fallo molto dubbio fischiato a Laimbeer su Jabbar, i tifosi dei Pistons e lo stesso centro di Detroit definirono questo fallo il “phantom foul”. L’All of Famer segnò i due tiri liberi decisivi e concesse ai suoi Lakers una gara 7 che li vedrà trionfare grazie ad una prestazione leggendaria di Worthy che chiuse la partita con 36 punti, 16 rimbalzi e 10 assist.

L’appuntamento con il titolo per i Pistons verrà rimandato di un solo anno. Nella stagione 1988-89, primo anno in cui la squadra giocherà al Palace of Auburn Hills, verra scambiato Dantley con Mark Aguirre, una trade non gradita ai tifosi di Detroit ma che si rivelerà fondamentale per la vittoria del titolo. La squadra finirà la stagione vincendo 63 partite e battendo il record di vittorie in stagione singola della franchigia. Approdati in finale, i “Bad Boys” incontrarono nuovamente i Lakers per la rivincita della finale dell’anno passato, questa volta l’epilogo sarà differente. I Pistons domineranno i Lakers vincendo la serie 4-0, Joe Dumars venne nominato MVP delle finali. Thomas concluse i playoff con 18 punti di media a partita, 8 assist e quasi due palle rubate.

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L’anno seguente fu quello del’NBA expansion draft che aumentò il numero delle squadre nella lega e costrinse Detroit a privarsi di Mahorn. La cessione di Mahorn venne interpretata da molti come la fine della “bad boys” era, lo stesso Thomas durante una cerimonia alla Casa Bianca dichiarò che a suo avviso era la fine del ciclo vincente di Detroit. Thomas come tutti gli altri scettici vennero smentiti. I Pistons infatti si confermarono campioni al termine di una serie finale con i Trailblazers che vide Isiah segnare 28 punti di media a partita. Protagonista della finale fu anche quel Vinny Johnson che grazie ad un canestro segnato a 00,7 secondi dalla fine si guadagnò il nuovo soprannome di 007. Il nomignolo originale attribuito dai fan a Johnson era “microwave” per la sua capacità di fornire sostegno offensivo rapidamente e inaspettatamente.

Gli anni Novanta saranno dominati da Jordan e i suoi Bulls e tutti i giocatori di Detroit più strettamente legati alla “bad boys” era o si ritirarono, come Laimbeer e Thomas, o vennero scambiati, come Rodman e Salley, mettendo fine, questa volta davvero, alla bad boys era.

Probabilmente una squadra così non sarebbe più pensabile nel’NBA contemporanea, a causa dell’imposizione da parte del commissioner David Stern di regole più severe sul comportamento dei giocatori in campo. Quel che è certo è che la propensione difensiva dei “bad boys” ha ispirato moltissime squadre della nuova era NBA, cambiando radicalmente lo stile di gioco della lega professionistica più bella del mondo.

Edoardo Iannone