I Bidoni del Calcio, Darko Pancev

La curiosa evoluzione del bomber macedone: da Cobra a Ramarro.

darko pancev

“Il mio punto di forza e’ la velocita’ in area. Quando il pallone arriva dalle mie parti non perdono”
(Darko Pancev)

“Due stagioni fa ho realizzato molte reti nelle amichevoli e in Coppa Italia. Non sono “scarso”. Sono incompreso”
(Darko Pancev)

“Il macedone e’ un grosso opportunista, uno che se vede un pallone girare in area lo butta dentro. Merita la mia fiducia”
(Osvaldo Bagnoli, allenatore Inter)

Il pallone arriva dalla destra. Un cross teso, a mezza altezza. Darko è in mezzo a due avversari: finta di movimento a sinistra, con un cambio di direzione improvviso va a destra. Va incontro al pallone, tenta la sforbiciata. Gli riesce. Impatto perfetto, palla al’incrocio dei pali. S’inginocchiò e strinse il pugno: gol, gol, gol, urlò mentre i compagni tornavano distrattamente nella propria metà campo. Due minuti dopo l’arbitro fischiò la fine dell’amichevole del giovedì tra Inter e Canegrate, squadra di terza categoria dell’ hinterland milanese. Fu una giornata epica: Darko Pancev aveva fatto gol!

Perchè Darko Pancev, detto il “Cobra”, era un “attaccante di un’altra dimensione”, nel senso che se c’era da far gol, lui era da un’altra parte. Uno che suona il mandolino mentre tutto intorno ci danno dentro con la techno. Eppure, la fama che si portava dietro il buon Darko era tutt’altro che infondata. Nasce nel 1965 a Skopje, attuale capitale della Macedonia, ma allora inglobata in quella polveriera di etnie e religioni chiamata Jugoslavia. Muove i primi passi nelle giovanili del Vardar per trasferirsi successivamente alla Stella Rossa di Belgrado. La parentesi nella capitale slava rimarrà la più felice della sua carriera: in 92 presenze complessive con i biancorossi segna la bellezza di 72 reti. Numeri impressionati per un giocatore che diventa ben presto l’idolo della curva, contribuendo anche alla storica conquista della Coppa dei Campioni della stagione 1990/1991, seguita dalla vittoria nella Coppa Intercontinentale. Nessuna squadra jugoslava era mai riuscita in un’impresa simile e come logica conseguenza i riflettori vennero puntati sugli uomini capaci del miracolo. L’Europa non parlava d’altro che del geniale Savicevic e del sublime Jugovic, del fantasioso Prosinecki e del roccioso Mihajlovic, ma soprattutto tutta l’attenzione era per lui, Darko Pancev, l’uomo gol di quella armata, colui che con 34 reti in un anno aveva portato i biancorossi sul tetto d’Europa e si era meritato di diritto la Scarpa d’Oro.

Logico quindi che alla porta della Stella Rossa ci fosse una lunga fila di squadre desiderose di accaparrarsi il letale centravanti: ad aggiudicarsi l’asta fu Ernesto Pellegrini, presidente dell’Inter desideroso di regalare al suo nuovo allenatore Bagnoli il goleador capace di fare la differenza, la risposta nerazzurra a quel Van Basten che aveva fatto innamorare l’altra sponda di Milano. Quattordici miliardi di lire il costo dell’intera operazione per portare il giocatore alla Pinetina. Tra squilli di tromba e tappeti rossi, Pancev sbarca a Milano e parte fortissimo: nell’agostano Memorial Ghezzi distrusse le retroguardie di Milan e Genoa, tanto da lasciare di stucco persino Arrigo Sacchi, che sentenziò: “è uno straordinario uomo d’area di rigore”. Poi arrivò la prima sfida ufficiale, contro la Reggiana in Coppa Italia e il Cobra confermò quanto di buono fatto vedere fino a quel momento: tre gol in Emilia, due per il suo esordio a San Siro e i tifosi nerazzurri in estasi per il nuovo idolo.

Darko Pancev, in una delle sporadiche presenze in maglia nerazzurra

Darko Pancev, in una delle sporadiche presenze in maglia nerazzurra

Quando però si cominciò a fare sul serio l’incantesimo si ruppe. Piazzato al centro dell’attacco nerazzurro, Pancev steccò clamorosamente tutte le prime partite di campionato, ciccando palle gol della serie “lo facevo pure io” e vagando per il campo come se fosse il peggior fantasma di se stesso. Una metamorfosi sconcertante, un “imbrocchimento” da barzelletta, eppure reale. Bagnoli, al tempo allenatore dell’Inter, in principio provò a difenderlo, ma perse ben presto le staffe quando, prima di un’Inter-Atalanta in cui sarebbe dovuto andare in panchina, Pancev finse un malanno che neppure il medico sociale si sentì di avvallare. Il mister capì l’andazzo e fu allora che pronunciò la celebre frase “Dite che con Pancev bisogna avere pazienza perché è macedone? Sarà, ma io sono della Bovisa e non sono mica un pirla!”, rispolverata da Mourinho giusto qualche anno dopo. Il Cobra non mise quasi più piede in campo e dopo appena tre mesi sembrava già irrimediabilmente bocciato. L’unico squillo di una stagione da incubo arrivò a fine gennaio, con il gol casalingo contro l’Udinese. Il resto è noia o quasi, tra prestazioni al limite della decenza e gol falliti in maniera tragicomica, come quella volta che lo imbeccarono con un cross dalla destra e lui, anziché incornare verso il portiere, preferì restituire palla di testa al mittente.

Ceduto per disperazione al Lipsia, in Germania, nel Gennaio del 1994, riuscì a mantenere la stratosferica media di una rete in dieci partite, contribuendo, stavolta in maniera negativa, alla retrocessione della squadra teutonica. E siccome nella vita un pizzico di masochismo ci vuole sempre, il simpatico Darko torna baldanzoso a Milano, dichiarando apertamente di voler ricominciare da capo, facendo tabula rasa della prima infelice esperienza italiana per conquistare definitivamente un palcoscenico tanto prestigioso. Ma fu nuovamente flop. Sette presenze e 2 reti complessive: fine della pacchia e ritorno all’anonimato, tra prestazioni scadenti, gol falliti da due metri e battute irridenti da parte dei tifosi avversari. In Italia non ha lasciato rimpianti, se non alla Gialappa’s Band, da cui veniva preso di mira personalmente tanto da vincere i poco prestigiosi premi di Mai Dire Gol come “Pippero” e “Fenomeno Parastatale”.

Il resto della carriera lo passò ad aspettare un cross che non arrivava mai. Troppo lungo o troppo corto non faceva differenza: il Cobra era “un attaccante di un’altra dimensione”.

Dario Intorrella – Icampionidellosport