Ce l’ho con…Lance Armstrong

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Chi ama il ciclismo, odia Lance Armstrong. Chi ama lo sport, disprezza questo uomo del Texas che ha rovinato due decadi di ciclismo, e che, invece di battersi per cercare di reintegrarsi nel mondo civile, continua a fare il cowboy con attacchi fanciulleschi e ridicoli. L’ultimo tre giorni fa, alla vigilia del centesimo Tour de France, la corsa che lo aveva reso leggenda. L’ingrato texano ha dichiarato: “Impossibile vincere il Tour senza doping”. Ci ha pensato una vera leggenda, Eddy Merckx, ad azzittirlo, liquidandolo in due parole: “Si può”.

Ma in fondo poteva anche non rispondere nessuno: che valore hanno le frasi di un delinquente in libertà? Un uomo che ha preso in giro milioni di persone per anni e che continua a voler essere un “cattivo” dopo aver finto per una vita di essere un buono, un miracolato, un esempio. Perchè forse è questo che fa più rabbia della questione Armstrong, il porsi sfacciatamente per anni come simbolo di una lotta umana e crudele, vinta con onestà e probità, per poi uscire a galla come un imbroglione padre di mille menzogne.

Libri, articoli di giornale, documentari, tifo, emozioni, imprese, tutto falso, tutti inganni. Eppure Lance Armstrong ce l0 aveva detto molto tempo fa, ma, chi per interesse, chi per superficialità, nessuno lo era stato a sentire.

Era il 28 ottobre del 1996, Armstrong era un uomo disperato che cercava di guarire dal tumore. Era in visita presso l’ Indiana University Hospital di Indianapolis e il medico gli chiese se avesse mai assunto sostanze dopanti. Lui rispose franco: “Si, epo, testosterone, ormone della crescita e cortisone“. Ovviamente si parlava di cure per la tremenda malattia, ma Lance in qualche modo stava dicendo che quelle sostanze le conosceva bene, e come lui i suoi medici. Da allora solo smentite, solo attacchi alle autorità, solo bugie. In tutta questa vicenda, il grande merito di aver ricercato la verità fino in fondo, andando oltre a chi voleva coprire il texano, per non far sprofondare il ciclismo nell’oblio dove poi è finito, va dato ai giornalisti.

La prima inchiesta di un giornale su Lance Armstrong fu nel lontano 2000, con il corridore ancora nel pieno della sua carriera. Qualche mese dopo il secondo Tour vinto illegalmente dall’americano, il noto settimanale satirico francese Le Canard Enchainè (L’anatra incatenata) fece uscire un’inchiesta in cui accusava la US Postal, squadra di Armstrong, di curare i suoi corridori con uno strano prodotto norvegese, l’Actovegin. Un estratto di sangue di vitello il cui effetto ossigenante sul sangue sarebbe paragonabile a quello dell’ Epo. La questione non fu mai approfondita e negli anni fu insabbiata senza tanti scrupoli.

Uno stencil "dedicato" al texano

Uno stencil “dedicato” al texano

La vera scossa alla questione fu data, nel 2004, dal libro L.A. Confidential, i segreti di Lance Armstrong di David Walsh, giornalista del Sunday Times e Pierre Ballester, ex giornalista de L’Equipe. 

Un’opera che, grazie alle testimonianze e alle prove schiaccianti, aprì la prima voragine tra Armstrong e le autorità anti doping (e pensare che inizialmente gli autori del libro furono costretti a risarcire Armstrong dopo una dura battaglia legale). Dopo l’uscita del libro, l’Agenzia antidoping francese (Afld), propose ad Armstrong di rianalizzare alcuni campioni di urina prelevati dall’atleta nel 1999 e conservati nel laboratorio di Chatenay-Malabry, ma Armstrong per la prima volta barcollò e si rifiutò di dare il proprio consenso. Pierre Bordry (presidente Afld) diede ad Armstrong “l’occasione di di affermare che non ha mai barato durante la sua brillante carriera”, il traditore, ovviamente, declinò l’offerta.

Nel Tour di quello stesso anno, si assistette ad una scena, insolita quanto triste, che vide coinvolto sempre “il Giuda dello sport”. Il diabolico texano mostrò un comportamento definito esplicitamente “mafioso” dai commentatori sportivi, impedendo al ciclista italiano Filippo Simeoni di competere per una vittoria di tappa, bloccando con la sua squadra ogni sua fuga dal gruppo; all’epoca Simeoni era uno degli accusatori del dottor Ferrari, medico della US Postal e deus ex machina del doping degli anni ’90.

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Da quell’anno verità su verità che sono venute a galla, grazie al vaso di pandora aperto da L.A. Confidential, e ai controlli a posteriori del laboratorio Châtenay-Malabry, che ha iniziato a operare nel 2004 analizzando campioni di urina prelevati tra il 1998 e il 1999. Anche chi prima voleva tenere nascosto il grande inganno, si è messo una mano sulla coscienza e ha parlato. Tutti tranne uno, il protagonista.

Nel 2005, quando l’Equipe si dichiarò “in grado di contraddire il sette volte vincitore del Tour de France” fondando le sue accuse su test del sangue rifatti dopo anni, il “giuda del ciclismo” rispose tramite il suo sito ufficiale : “La caccia alle streghe continua. Semplicemente, ribadisco ciò che ho già detto molte volte: non ho mai preso sostanze illecite per migliorare le mie prestazioni. Ancora una volta un giornale europeo ha riportato la notizia secondo cui io sarei risultato positivo per sostanze dopanti. Questo è giornalismo spazzatura“. Proprio il giornalismo spazzatura, un anno dopo, fece uscire una strana donazione di 100 mila dollari che Armstrong fece all’Uci (Unione Ciclistica Internazionale) nel 2002, mentre si accingeva a trafugare il suo quarto Tour consecutivo, un altro capitolo del libro degli orrori.

Frottole, frottole e ancora frottole. Fino al momento ufficiale in cui il mito diventa menzogna. Il 24 agosto 2012 l’Usada squalifica a vita il (mai) corridore texano, togliendogli tutti i trionfi dal 1998 in poi, sette Tour compresi. “Prove schiaccianti” così l’antidoping Usa giustifica la squalifica, Armstrong non si difende ammettendo, implicitamente, le sue colpe, nonostante il solito grottesco comunicato in cui si autoscagiona. E non pago, pochi mesi dopo pubblica un’irriverente foto in una delle sue ville milionarie comprate con soldi “rubati”, ritraendosi con le sue maglie gialle, incurante del mondo che aveva rovinato.

La foto provocatoria, twittata da Armstrong dopo le accuse di doping, con le sue sette maglie gialle

La foto provocatoria, twittata da Armstrong dopo le accuse di doping, con le sue sette maglie gialle

A gennaio di quest’anno l’intervista fiume in cui, finalmente, l’ex corridore ammette l’uso di sostanze dopanti lungo tutto il corso della sua carriera. Prima e dopo la malattia. Prima, dopo e durante i sette Tour de France vinti. Ammissione? Si. Pentimento? (Incredibilmente) No.

Armstrong, nell’incontro in diretta mondiale con Oprah Winfrey, si dichiara colpevole di doping ma ne parla come “gonfiare i tubolari o riempire d’acqua le borracce”. Insomma, una cosa normale. La Winfrey gli chiede: “Mai pensato di essere un imbroglione? “Mai”. D’altra parte un ladro resta ladro, un disonesto resta disonesto, un farabutto resta farabutto. Un noto film italiano diceva “Da te stesso non ci scappi neanche se sei Eddy Merckx” (non Lance Armstrong).

La punizione arriverà dalla storia, che non fa mai sconti. I nostri nipoti si ricorderanno di Lance Armstrong come il vincitore di un campionato del mondo nel ’93 e di una Freccia Vallone nel ’96. Ergo, non se lo ricorderanno mai, forse è meglio per tutti.

Francesco Cianfarani