I Bidoni del Calcio, Stefan Effenberg

Il mistero buffo del wurstel perennemente incazzato

Effenberg, nel breve periodo in cui è stato il capitano dei viola

Effenberg, nel breve periodo in cui è stato il capitano dei viola

“So che parecchi nell’ambiente mi considerano una merda”. Forse non c’è bisogno di aggiungere altro per raccontare le gesta del ragazzone tedesco che ha imperversato in Bundesliga e Serie A negli anni ’90: simpatia del pitbull che non mangia da tre giorni, uscite e comportamenti molto poco “teteschi”, ciuffo biondo a ornargli un viso da surfista nato nel posto sbagliato, si chiamava Stefan Effenberg. Pronunciò questa frase il giorno della sua presentazione a Firenze, era l’estate del 1992. Disse “parecchi”, ma sbaglio decisamente per difetto. Riuscì nell’ impresa di far retrocedere una Fiorentina di talenti svogliati, da un acerbissimo Batistuta al giovane Brian, fratello finto dei due Laudrup. Una Fiorentina che quell’ anno cambio ben tre allenatori: Radice, Agroppi ed infine Chiarugi, tutte vittime del sacro furore di Cecchi Gori, nel senso di Vittorio.

Sarebbe ingiusto limitarsi a raccontare solamente la parentesi viola, per quello che è considerato il Gascoigne teutonico. La carriera da piantagrane di Effe era iniziata in giovane età, quando al Borussia Mönchengladbach rubò la jeep dell’ allenatore ed andò a finire contro un muro, distruggendola. Lo stesso Berti Vogts aveva già dovuto farne i conti nell’ ’88, quando divenuto CT dell’ Under 21, lo tenne fuori per motivi disciplinari. Irascibile, arrogante, polemico, attaccabrighe, violento. In una sola parola: antipatico. “Der Löwe“, “il leone” come lo chiamavano in patria, aveva fatto dell’antipatia la sua cifra esistenziale. Mi odiate dunque sono.

Sempre tenero con i colleghi, “Müller è un coniglio, Beckenbauer un mafioso, Rummenigge un signorsì”, fu proprio quel Kalle beniamino dei tifosi di Bayern e Inter a chiudergli le porte di USA 94. Un dito medio alzato verso i propri tifosi il 27 giugno a Dallas contro la Corea del Sud costò infatti a Effenberg quattro anni di esilio dalla nazionale. Lo esibì addirittura due volte, mentre giocava e gli gridavano di andare fuori e, a 15′ dalla fine, quando Vogts lo sostituì con Helmer. Lo videro alcuni tifosi, dei fotografi, ma soprattutto lo vide, dalla sua postazione televisiva, Karl Heinz Rummenigge, che denunciò il fatto ai responsabili della nazionale, che sarebbe poi uscita mestamente ai quarti, eliminata dalla Bulgaria. Mai pentito (“faceva troppo caldo”), Effenberg se ne andò ringraziando “per i venti giorni di vacanza” e il suo addio alla nazionale fu sancito con parole dure e definitive dal solitamente mite presidente federale Egidius Braun.

Il Bayern Monaco fu costretto a cederlo alla Fiorentina a furor di popolo: aveva litigato con l’ allenatore, con i compagni di squadra, con i tifosi e con i giornalisti. La carriera nelle file dei viola non andò del resto molto meglio. Anche qui cattivi rapporti con i giornalisti, tensioni con i tifosi (e con Aldo Agroppi che il tedesco contribuì a far cacciare) e ritardi di giorni nel rientrare in Italia dalle vacanze. Tanto che Claudio Ranieri fu costretto a togliergli la fascia di capitano che Cecchi Gori gli aveva dato nell’ anno della retrocessione in serie B. Al campionario effenberghiano vanno aggiunte anche le risse, in campo, ma soprattutto fuori (celebre quella colossale al «P1» di Monaco, che gli è costata 147 mila marchi per danni), le multe prese in auto e sul campo da gioco. Per completare il quadro, non può mancare lo scandalo sentimentale: Effe divorziò dalla moglie Martina, e si legò alla elegante Claudia Strunz, moglie del compagno Thomas (reso immortale dalla celebre frase in tedesco di Trapattoni). Tutto per colpa di un sms galeotto, intercettato dal marito tradito.

Archiviata l’esperienza italiana tornò in Germania, dove giocò per Borussia Mönchengladbach, nuovamente Bayern Monaco ed infine Wolfsburg dal quale andò via suscitando come al solito polemiche. L’allenatore Jurgen Rober sparò su di lui parlando alla stampa, sostenendo che l’addio al calcio tedesco fosse dovuto ad una mossa pubblicitaria per promuovere l’uscita della sua autobiografia. Stefan non si fece pregare a rispondere, “è solo l’ ultima bugia che Rober mette in giro. Posso solo dirgli che per lui non ho certo dovuto aggiungere un capitolo, non merita tanto”. Sistemato l’ ultimo dei nemici, che voleva costringerlo a perdere due chili in due settimane, nonostante pesasse novanta chili “come quando ho vinto la Champions”, il cattivo per eccellenza del calcio tedesco chiuse la carriera in Qatar “a miracol mostrare”.

Dario Intorrella